Dalla katana alle scuole superiori, dalla figura sacra dell’Imperatore al videogioco, dal sacrificio rituale dei samurai alle avventure amorose vissute nei campetti sportivi. L’immaginario che gli occidentali coltivano sul Giappone è cambiato e uno dei principali motori che ha favorito questa transizione è stato il «manga», il fumetto giapponese da cui sono stati tratti tra i più famosi cartoni animati realizzati e distribuiti anche in Italia. E’ da questa intuizione, dall’idea, cioè, che anche la cultura popolare possa dire molto di un Paese, che due docenti dell’Università di Torino hanno deciso di partire per creare nell’ateneo il primo corso dedicato alla traduzione e allo studio dei «manga».

Fumetti, certo, non romanzi classici di una cultura millenaria, ma non per questo tassello secondario, se si vuole indagare la letteratura. «Anzi, il fumetto è più complesso da tradurre rispetto alla grande letteratura - racconta Gianluca Coci, uno dei docenti che ha fatto nascere questo corso che si rivolge agli studenti delle lauree specialistiche -. Mentre il giapponese della letteratura cambia lentamente, vincolato com’è dalla grammatica ufficiale, il manga è un tripudio di neologismi, modi di dire, espressioni gergali. Non è possibile tradurlo, quindi, senza essere stati molto tempo in Giappone e senza esserci tornati di frequente».

DA MISHIMA A MAZINGA

Nessuno toglierà dai programmi di studio i classici e nemmeno gli autori contemporanei e più noti. Si continuerà a studiare il romanziere e pensatore Yukio Mishima, per intenderci, ma la volontà è quella di affiancargli Mazinga Z: «Torino è una città in cui vivono molti traduttori di romanzi nipponici e studiosi di letteratura - spiega Coci -. Ed è innegabile che tanti dei nostri studenti che vogliono imparare il giapponese conoscono e si sono appassionati a questa cultura con i classici. E’ ancora più vero, però, che è il mondo del Giappone pop quello che li ha stregati. Basta guardare i numeri del mercato editoriale: ogni anno arrivano in Italia circa 20 romanzi giapponesi, a fronte di circa 20 manga ogni due settimane».

E’ anche una questione di opportunità di lavoro, quindi, perché la mole di testi da tradurre e tanta e il mercato dei lettori di questo tipo di fumetti è grande, vorace e in espansione: «A Kyoto c’è un’università, la Seika, che ha corsi e master dedicati al manga - raccontano i docenti -. In Italia c’è persino una rivista universitaria, Manga Academica, che si occupa dello stesso tema. Direi che il nostro Paese era pronto per avere un corso del genere che fornisse professionisti del settore».

TRADURRE È UN LAVORO

Tradurre i manga è un lavoro e Giacomo Calorio, altro docente del corso, lo fa da 14 anni. «Mi occupo di cinema giapponese, sia quello contemporaneo sia quello degli autori classici, e traduco manga da 14 anni - spiega -. Ho lavorato su alcuni fumetti molto noti, per esempio Death Note, che diventerà anche un film prodotto da Netflix». Stiamo parlando di prodotti editoriali che vendono migliaia di copie e che hanno conquistato le ultime generazioni. «Credo che il manga possa essere anche un buon pretesto per insegnare la lingua giapponese più contemporanea - racconta -. La maggior parte degli studenti arriva qui proprio per via della grande passione che nutre per questi prodotti». Una passione che, in realtà, pervade anche tanti giovani che non studiano lingue all’università: «Il pop nipponico sta diventando cultura di massa - afferma Calorio -. Oggi non dobbiamo neanche tradurre tutti i modi di dire, perché ormai i lettori li hanno già acquisiti come propri».

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